Come entrare in empatia con gli altri. Neuroni specchio, arte e marketing.

Per avere successo è fondamentale entrare in empatia con gli altri.

La maggior parte degli articoli sul Personal Branding comincia con una frase molto simile a questa.

Sembra di aver detto tutto, ma io mi sono sempre chiesto: “Cosa significa entrare in empatia?”. Una risposta non l’ho ancora trovata, ma in compenso mi sono appassionato a un dibattito davvero interessante sulle neuroscienze.

Due anni fa, mentre setacciavo varie bibliografie per il mio libro Lo Slancio, ho letto un articolo sorprendente su empatia, neuroscienze e storia dell’arte. Se anche tu vuoi capire come entrare in empatia con gli altri, ti invito a continuare a leggere questo articolo.

La storia che sto per raccontarti non proviene dalle idee di un esperto di Personal Branding, ma da due illustri professori di neuroscienze: David Freedberg della Columbia University e Vittorio Gallese dell’Università di Parma.

Quando vediamo che qualcun altro viene accarezzato, il nostro cervello si attiva come se fosse il nostro corpo a ricevere quella carezza.

Allo stesso modo, quando guardiamo un quadro con delle figure colte nell’atto di afferrare qualcosa, nel nostro cervello si attiva la rappresentazione di quello stesso movimento. Non si attivano solamente le aree visive del nostro cervello, ma anche quelle motorie che controllano quella stessa azione!

Il taglio di Fontana

“Simulation occurs not only in response to figurative works but also in response to the experience of architectural forms, such as a twisted Romanesque column. With abstract paintings such as those by Jackson Pollock, viewers often experience a sense of bodily involvement with the movements that are implied by the physical traces – in brushmarks or paint drippings – of the creative actions of the producer of the work. This also applies to the cut canvases of Lucio Fontana, where sight of the slashed painting invites a sense of empathetic movement that seems to coincide with the gesture felt to have produced the tear” (D.Freedberg, V. Gallese).

Antonio Damasio ha dimostrato che gli stessi circuiti emotivi della figura osservata si attivano nell’osservatore. Questi studi neuroscientifici hanno evidenziato che entriamo in empatia non solamente con le azioni, oppure con le immagini statiche che rappresentano il momento di un’azione, ma anche con dei semplici segni.

Ti ricordi il famoso taglio di Andrea Fontana? È dimostrato che il nostro organismo, posto di fronte a questo quadro, attiva automaticamente le aree del cervello dedicate al gesto di tagliare la tela.

Senza che ce ne accorgiamo, entriamo in empatia con gli altri attraverso i neuroni specchio.

Oggi la scoperta dei neuroni specchio contribuisce ad affinare sempre più le teorie della percezione e della cognizione sociale nella medicina certamente, ma anche nel marketing.

Neuroni Specchio e Marketing

Le neuroscienze insegnano al marketing l’importanza dei neuroni specchio per lo scambio implicito di informazioni. Quando utilizziamo le immagini possiamo prevedere quali messaggi sono già impliciti e quali informazioni, invece, potremmo voler sottolineare attraverso il nostro testo.

Richiamare l’attenzione degli altri è anche scienza. Nella letteratura del marketing alcuni hanno già provato a estrapolare formule e modelli per cercare di imbrigliare nelle proprie strategie i meccanismi del nostro organismo. Dal mio punto di vista è molto interessante approfondire questi argomenti, però ricordandoci che ci relazioniamo con organismi umani complessi (difficilmente associabili a “meccanismi”).

Per queste ragioni ho sempre preferito approfondire l’argomento leggendo gli articoli dei maggiori esperti di neuroscienze. Un’altra fonte d’ispirazione è il dibattito filosofico sull’argomento “percezione”. In questo articolo abbiamo sfiorato il contributo di Antonio Damasio. Prossimamente scriverò un paio di approfondimenti sulla Fenomenologia della percezione di Maurice Merleau-Ponty, una delle mie prossime letture 🙂

Se quello che ti ho raccontato ti è interessato, ti consiglio di leggere l’articolo “Motion, emotion and empathy in esthetic experience” di David Freedberg e Vittorio Gallese (2007).

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